A cinquant’anni è considerato tra i più grandi attori di Hollywood viventi, per il suo talento ma anche per la sua bravura nello scegliere solo i film e i registi giusti
Se non fosse la sua filmografia, la lista di film in cui ha recitato Leonardo DiCaprio in questi suoi primi cinquant’anni di vita potrebbe facilmente essere scambiata per una selezione dei più significativi titoli di Hollywood dagli anni Novanta a oggi. Dai suoi esordi poco prima dei vent’anni ai suoi lavori più maturi, DiCaprio è infatti tra i pochi attori famosi americani a non aver praticamente mai sbagliato un ruolo e forse l’unico considerato, da solo, una buona garanzia di qualità e successo per un film. Degli ultimi dieci in cui ha recitato, per dire, otto sono stati candidati all’Oscar per il Miglior film.
Come ha scritto l’Hollywood Reporter in un profilo di qualche anno fa, «DiCaprio è il solo in cima al pantheon di Hollywood che non ha mai fatto un film di supereroi, una commedia per famiglie o un franchise. Perché Leo è il franchise». Oltre che per l’integrità professionale e per aver sostituito Robert De Niro come attore feticcio di quello che forse è il più importante regista in attività, Martin Scorsese, la sua reputazione si è mantenuta immacolata negli anni anche per via di una grande riservatezza e del suo costante impegno ambientalista, due cose che hanno in un certo senso compensato l’unico tratto del suo personaggio che non lo eleva rispetto ad altri colleghi, ovvero i gossip sulle sue brevi frequentazioni con attrici e modelle molto più giovani di lui.
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Nacque l’11 novembre del 1974 a Los Angeles: già negli anni Ottanta cominciò a fare qualche comparsa in televisione, settore che abbandonò completamente a partire dal 1993, quando esordì al cinema col film Voglia di ricominciare. Il film che lo fece conoscere uscì però pochi mesi dopo in quello stesso anno: Buon compleanno Mr. Grape. Insieme a Johnny Depp e Juliette Lewis, DiCaprio interpretava un diciottenne con disabilità intellettive in una famiglia disfunzionale dell’Iowa: un ruolo perfetto per una candidatura agli Oscar come Miglior attore non protagonista, che infatti arrivò prima che compisse vent’anni.
L’Oscar poi lo vinse un altro e anzi quella divenne la prima di una lunga serie di candidature senza vittoria: per anni infatti, fino a quando non ne vinse uno nel 2016 per The Revenant (di Alejandro Iñárritu), l’esclusione di DiCaprio dall’assegnazione degli Oscar fu una specie di tormentone. Prima del 2016 era stato candidato come Miglior attore protagonista per The Aviator (di Martin Scorsese), Blood Diamond (di Edward Zwick) e The Wolf of Wall Street (sempre di Scorsese). Nel 2020 fu candidato di nuovo all’Oscar, senza vincerlo, per C’era una volta a… Hollywood, di Quentin Tarantino.
Più che per la candidatura all’Oscar in giovanissima età però quello che rese DiCaprio una star internazionale fu il suo ruolo in Titanic di James Cameron, che uscì nel 1997 e rimase per molti anni il film con i maggiori incassi nella storia del cinema. In Titanic DiCaprio fu apprezzato forse più per la sua plateale bellezza che per la sua bravura, che comunque si riconfermò. Poco prima infatti aveva recitato nel ruolo di Romeo in Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, e anche in Titanic fu accolto prima di tutto come protagonista maschile di una potente storia d’amore.
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Per milioni di spettatori, e di giovani donne soprattutto, a poco più di vent’anni DiCaprio divenne uno degli attori più amati e desiderati, e la massima espressione dei canoni di bellezza di Hollywood. Le teorie del complotto attorno alle sue candidature agli Oscar iniziarono forse proprio con Titanic, che ricevette 14 nomination ma non quella per Miglior attore protagonista (DiCaprio quell’anno non partecipò neanche alla premiazione).
La fama di attore belloccio comunque fu superata molto rapidamente dai film successivi, in cui sia DiCaprio che i registi con cui lavorò puntarono molto di più sulla sua bravura che non sulla sua fama di sex symbol. Anche perché DiCaprio scelse accuratamente sia i registi con cui lavorare, tra i migliori e più acclamati in circolazione (perché poteva permetterselo), che i film. Non a caso i suoi sono quasi sempre film drammatici, in genere lunghi più di due ore e mezza, in cui lui è il protagonista e in cui il budget supera facilmente gli 80 milioni di dollari (che sono tanti, per film che spesso non hanno tanti effetti speciali o scene d’azione).
Prima dei trent’anni fu il protagonista del cupo The Beach di Danny Boyle, in cui interpreta un giovane turista che arriva su un’isola incontaminata abitata da un gruppo di hippie radicali dissociati dalla civiltà; in Gangs of New York interpretò Amsterdam Vallon, un tipico criminale alla Martin Scorsese, regista con cui poi avrebbe fatto altri cinque film. Ma la miglior prova della sua versatilità (e attitudine comica) in quei primi anni la diede probabilmente in Prova a prendermi di Steven Spielberg, in cui interpreta un giovane truffatore in fuga dal detective (Tom Hanks) che gli dà la caccia per anni.
Oltre ai registi già citati lavorò poi con Christopher Nolan in Inception, con Clint Eastwood in J. Edgar, con Sam Mendes in Revolutionary Road (la cui coprotagonista tornò a essere Kate Winslet, 11 anni dopo Titanic) e con Ridley Scott in Nessuna verità. Pare che con Quentin Tarantino avesse parlato di lavorare già in Bastardi senza gloria, cosa che però alla fine non andò in porto, e con cui fece due memorabili personaggi in Django Unchained e C’era una volta a… Hollywood.
Anche grazie alla capacità dei registi di valorizzare il suo talento, oggi la carriera di DiCaprio è rappresentata efficacemente da una serie di scene passate alla storia. Una è quella di The Wolf of Wall Street in cui ha una mezza paralisi cerebrale dopo aver assunto del Quaalude. Un’altra citata spesso è quella dello scatto d’ira in Django, soprattutto perché venne poi fuori che battendo il pugno sul tavolo si era realmente ferito alla mano, spargendo sangue in giro, ma aveva continuato a recitare. Della passione di DiCaprio per l’improvvisazione ha parlato di recente anche Scorsese, dicendo che durante le riprese per Killers of the Flower Moon era talmente un’abitudine che lui e Robert De Niro avevano cominciato a esserne infastiditi.